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venerdì, 02 gennaio 2009

Marco Travaglio assomiglia a Roberto Ceriotti

travaglio-roberto















(e se non sapete chi è Roberto Ceriotti significa che siete dei VECCHIARDI)
postato da Julian Gudowski alle ore 11:33 | link | commenti (9)
categorie: cazzi et mazzi
lunedì, 29 dicembre 2008

Le cause? ZZZZZZZZZZZZZ. Che noia, che noia.

Non so voi, ma io vedo Facebook, Myspace et similia come divertenti megafoni per le proprie cazzate, spazi dove sfogare la creatività in svariati modi, socializzare, chiacchierare, cazzeggiare, promuovere concertini, nonché strumenti utili per rimediare figa a pacchi (se usati bene) (e non è il mio caso).

Non tutti la pensano così, evidentemente. C’è chi non può fare a meno di portare tutta la sua tristezza di attivista deluso e incazzato anche su Facebook. Ed infatti spuntano come funghi i GRUPPI per PROTESTARE, per sostenere LE CAUSE per questo o quell’argomento, solidarietà a tizio, salviamo la natura, mangiamo vegano etc.

Ce n’è uno adesso che invita, in occasione del primo anniversario del governo Berlusconi, a boicottare per un giorno le sue tv con un bel calo di ascolti.

Tzè, così impari Berlusca! Ha Ha Ha! Credevi di farmi fesso, eh? Invece arrivo io, faccio un bel GRUPPO su FACEBOOK, e ti boicotto le tv! Trema!

Ora: un segno di protesta contro il governo posso pure condividerlo, ma sicuramente non se si tratta di una palese minchiata come questa, che oltre a non servire a niente ti fa pure passare per idiota.

Io non sono un teNNico, ma di certo chi ha architettato sta cosa non capisce una beata sega di tv e ascolti tv, specie se spera di intaccare il fatturato di Mediaset con questa patetica e donchisciottesca azione si sabotaggio.

Basta una ricerchina su Google. I teNNici mi correggano se sbaglio, e ritirerò tutto genuflesso sui ceci.

L’antenna tv che sta sul vostro tetto riceve il segnale e basta. Non è che invia una specie di “risposta” al ripetitore. Pure lui si limita a trasmettere e basta, non riceve la “risposta” che le vostre antenne NON mandano. Di fatti, gli ascolti tv vengono calcolati su base statistica tramite rilevamenti dei meter dell’Auditel, che sono delle scatolozze teNNiche installate presso le case di 5.200 famiglie italiane (14.000 persone, che fanno da campione per 56 milioni di italiani). Tutti i dati sugli ascolti tv che si leggono in giro (share, ascolto medio, contatti) si basano su queste 5.200 famiglie.

Ed è presumibile che costoro guardino la tv come ossessi, se si son fatti installare in casa una dannata scatola che misura quante ore stanno davanti al tv. Dunque col cazzo che questi boicottano la tv. E in ogni caso, se voi che non avete il coso dell’Auditel cambiate canale o spegnete la tv, i managerz di Mediaset se ne sbattono le palle tirando di coca con qualche velina sulle ginocchia.

In soldoni: questo boicottaggio è una gargantuica vaccata.

Se 10 mila, 100 mila, 1 milione di persone non guardano la tv per un giorno in segno di protesta, Berlusconi ci si sciacqua il culo a colazione e continua a perpetrare il suo malefico potere verso il volgo per mezzo dei temibili Raggi della Morte® delle sue tv. Tanto vale sbattere la testa contro il muro.

Dio bono, ma devo dirvele io ‘ste cose? Io che ho fatto l’ITI? Serve essere premi Nobel per arrivarci?

Mi si dirà: “E tu che parli parli e parli, non proponi niente? Ma come? Non tenti di salvare il mondo, le foche, i panda, la scuola, il clima, gli aborigeni della foresta, con una bella petizione su Facebook? Non protesti contro le scie chimiche che provocano il signoraggio, contro il complotto masso-giudaico, contro i rettiliani, l'imperialismo, il McDonald's, le multinazionali con un video di protesta su YouTube? Con un blog attivista con la dicitura “Free Blogger”? Con un banner di Sant’Antonio? Con un link?”

NO.
Proprio così. Il più delle volte non me ne frega una mazza e ritengo queste proteste perlopiù inutili o del tutto ininfluenti.
postato da Julian Gudowski alle ore 14:44 | link | commenti (8)
categorie: cazzi et mazzi, self blowjobs, politica da bars
sabato, 13 dicembre 2008

L'argomento definitivo

aigor


















Odio tutti i tipi di fondamentalismi.
Tranne i miei naturalmente, che sono sempre ragionevoli e inoppugnabili, e chi non è d’accordo può baciare il mio peloso culo di derivazione sarda.

Di solito quando un qualcosa diviene oggetto di immeritato integralismo da parte di frotte di partigiani esaltati ZAC! immediatamente mi sta sul cazzo. Chessò, i Beatles. I Radiohead. Il Macintosh. Ed è di quest’ultimo che voglio parlare oggi.

Ora, non ho niente di personale contro il Mac, né possiedo le competenze teNNiche per muovere verso i prodotti Apple critiche specifiche di hardware o software o robe del genere. In più so che Douglas Adams era un fan dei Macintosh (e anche dei Beatles, ahimé nessuno è perfetto) dunque chi sono io per dire che il Mac sotto sotto fa cagare?

Dicevo, gli integralisti.

Gli integralisti dicono che se fai grafica devi usare il Mac, che se fai musica devi usare Mac. Che il Mac è troppo  avanti, che c’ha il desain, che è troppo superiore rispetto a un pc che tipo costa la metà, viaggia il doppio e se vuoi puoi smanettarci sopra etc.

Insomma, potreste avete la sfiga finire infognati in uno sterile dibattito sulla presunta superiorità macchiana. Potreste ritrovarvi alle corde perché il vostro interlocutore è votato alla jihad cupertiniana. Potreste mandarlo semplicemente affanculo, ma dinnanzi a un simile ammasso di cazzate non riuscite a resistere, dovete ribattere, è più forte di voi.

Ebbene!

Io sono qui per fornirvi l’ARGOMENTO ULTIMO E DEFINITIVO per chiudere la bocca ai fondamentalisti, e lasciarli a rosicare a mollo nel loro brodino di ossessioni e manie di grandezza.

Parlo di questa merda qua.

20070219-90806

Questo oggetto è così incommensurabilmente mostruoso che – suppongo io, eh – a Cupertino si sono vergognati di averlo prodotto e per questo hanno bruciato i progetti, fatto sparire gli ultimi esemplari rimasti, infilato nel culo un battipanni dalla parte della spatola al designer che l’ha progettato e imposto il Top Secret sull’argomento a tutti i dipendenti, pena una TASERATA sulle gonadi.

Infatti, se ci fate caso l’utente Mac ortodosso è molto abile nel “dimenticare” questo ignominioso strumento, etichettandolo come un semplice passo falso appartenente a un lontanto passato.

Il mouse rotondo io l’ho provato. È un incrocio tra una saponetta di motel di terza categoria e un formaggino Babybel, di cui peraltro ricalca anche le dimensioni nanoidi. Se vi siete fatti impiantare una zampa di scimmia da uno scienziato pazzo lo troverete comunque scomodo. È l’ideale per chi non soffre ancora di tunnel carpale e artrosi, facilmente manovrabile da bambini focomelici sotto i nove anni, nani e primati di piccole dimensioni.

Cazzo, l’argomento definitivo! Provare per credere! Fuggono tutti!

postato da Julian Gudowski alle ore 14:12 | link | commenti
categorie: cazzi et mazzi, il mondo è gravido di stronzi, self blowjobs
venerdì, 12 dicembre 2008

My name is Bruce

My-Name-is-Bruce-web
































Ho assistito ad una proiezione casalinga di questa spettacolosa pellicula, dunque redigo a caldo una recensia con ancora impressa una paresi facciale causata dalle risate.
Come ben sapete, so riconoscere al volo un capolavoro quando ne vedo uno, e My Name is Bruce è indiscutibilmente un capolavoro. E se qualche adepto di Nanni Antonioni non è d’accordo può sbaciucchiare le mie ispide terga di Orgosolo.

PREMESSA. Lungi dal volermela tirare, ma ipotizzo che quella che state per leggere sia una delle primissime recensioni italiane del film, che è uscito in USA a fine ottobre. Oddio, magari non proprio una delle primissime, forse nemmeno una delle prime 150... comunque, se tra voi donne c’è qualcuna che me la vuole dare per questo semplice motivo si faccia pure avanti.

INTRODUZIONE. Siòri e siòre, qua non si scherza. Abbiamo a che fare con un film prodotto, diretto e interpretato dal leggendario nonché idolo assoluto Bruce Campbell, l’arrogante cazzone che tutti noi abbiamo idolatrato e preso a modello in opere imprescindibili quali L’Armata delle Tenebre, La Casa 2, Bubba Ho-Tep, etc.

My Name is Bruce ruota interamente attorno a Bruce Campbell - l’uomo e il mito, che naturalmente coincidono. In altre parole: è la trasposizione su celluloide dei sogni proibiti di migliaia di integralisti di Bruce Campbell in tutto il mondo (di cui io faccio parte).

TRAMA. Una minuscola cittadina mineraria dell’Oregon, teatro ideale per ogni horroraccio che si rispetti, viene funestata dallo spirito di un guerriero cinese (!!) che inizia a decapitare gli abitanti della zona per vendicare i minatori cinesi morti all’inizio del secolo nella miniera. Un ragazzino emo fan di Bruce Campbell chiamerà in aiuto proprio il suo beniamino, che ovviamente si rivelerà tanto presuntuoso quanto inetto.

CRITICA ASSOLUTAMENTE IMPARZIALE CON BOLLA PAPALE. Bruce Campbell interpreta squisitamente sé stesso: un attore di b-movies fallito, scontroso e alcolizzato, che veste ridicole camice floreali e abita in una scalcagnata roulotte col suo cane (alcolizzato anche lui). Una mitraglia di citazioni dall’opera omnia campbelliana, sangue e decapitazioni a sufficienza, buon ritmo, e soprattutto una sfilza di gag e battute da sdraiarsi a terra dalle risate (*).

Consigliato a tutti quelli che, almeno una volta nella vita, hanno sognato di dire: “Dammi un po’ di zucchero, baby!”



(*) Ho visto il film in inglese credo di aver colto solo una piccola parte dei dialoghi. Stimo che faccia ridere almeno quattro volte tanto.

Ok, guardatevi il trailer.




postato da Julian Gudowski alle ore 18:37 | link | commenti (1)
categorie: il montaggio analoggico
domenica, 07 dicembre 2008

La vubvica lettevavia #2 - American Tabloid


1203063029_American_Tabloid_Ellroy_J__32929Mi sono imbarcato nella titanica impresa (visto il tempo che spendo sui siti porno più putridi) di leggere American Tabloid del grandissimo James Ellroy. Ciucciatevi dunque una recensia osannante.

American Tabloid è un moloch di 650 pagine spietato, amaro, documentato minuziosamente, violento, nerissimo, scritto nel classico stile ellroyano tagliato con l’accetta.
Un viaggio nella feroce America dell’autore a cavallo tra il 1958 e il 1963.

Le vicende dei tre protagonisti, doppiogiochisti senza scrupoli ammanicati con la CIA e l’FBI, con Hoffa, Hoover e i fratelli Kennedy, si intersecano con gli eventi antecedenti alla candidatura di JFK, passando per la presa del potere di Fidel Castro a Cuba, l’elezione di Kennedy, il fallito sbarco alla Baia dei Porci, e culminano con l’omicidio Kennedy. Un fitto intrico di complotti, ricatti e alleanze torbide (la “compartimentazione”), in cui i tre protagonisti risultano giocare un ruolo importante se non cruciale per gli eventi che sconvolsero l’America del tempo.

Finzione e fatti storici si plasmano alla perfezione, tanto da far fatica a distinguere l’una dagli altri.

Sfilano Howard Hughes, magnate dell’editoria: megalomane, anticomunista, tossico, terrorizzato dai “germi dei negri”, talmente maniaco dell'igiene da farsi fare una trasfusione di sangue mormone alla settimana. J. Edgar Hoover, capo dell’FBI: più occupato a sorvegliare le associazioni comuniste che la mafia. Jimmy Hoffa, potente leader del sindacato dei Trasporti e gestore del fondo pensioni dei Teamster, che ha riciclato e prestato a strozzo denaro sporco a dittatori, gangster e politici insospettabili. Bob e John Kennedy: il primo nutre un odio sincero e profondo verso Hoffa, Hoover e la mafia (odio peraltro ricambiato), mentre il secondo viene descritto come un narcisista assatanato di sesso.

E dietro a loro c’è tutto il sottobosco ellroyano di ricattatori, mercenari, spacciatori, doppio e triplo-giochisti, puttane, froci, psicopatici, attori di cabaret, esuli cubani, estremisti del KKK, i mobster Sam Giancana, Carlos Marcello e Santos Trafficante. C’è anche un cammeo del fisarmonicista Dick Contino, cui Ellroy ha dedicato un racconto in Corpi da reato.
E, ovviamente, c’è Hush-Hush, l’onnipresente giornaletto scandalistico omofobo, proibizionista e anticomunista.

“L’America non è mai stata innocente” scrive Ellroy nella prefazione. E come sempre accade nell’universo di Ellroy nessuno ne esce pulito e immacolato. Non ci sono buoni e cattivi, né bei sentimenti o redenzione. Anche l’amore, quando c’è, è marcio e opportunistico.

Il seguito di questo romanzo è Sei pezzi da mille, che inizia dove termina American Tabloid: l’omicidio Kennedy. Altro tomo già annotato nella mia personale “lista delle cose da fare prima di morire”.


postato da Julian Gudowski alle ore 12:10 | link | commenti
categorie: libracci noir

Ultime news

Ogni tanto guardo questo blog abbandonato e ammuffito e lo associo mentalmente al fallimento.
Poi mi dico "chissenfrega", e SBAM!

 thom yorke

Thom Yorke s'incula le galline.

E provatemi il contrario.

postato da Julian Gudowski alle ore 11:53 | link | commenti (4)
categorie: cazzi et mazzi, self blowjobs
martedì, 08 luglio 2008

Non ho scritto niente per giorni solo per creare suspense


Adesso vi ripago l'attesa con della satira politica divertentissima di mia fattura.
Un advertising più aggressivo per il PD. Direi che ne hanno bisogno.

yesweken
























yeswechen































postato da Julian Gudowski alle ore 19:53 | link | commenti (13)
categorie: politica da bars
venerdì, 27 giugno 2008

Come amo sperperare il mio maledetto danaro


shag























Comprando il libro di Shag, che è quello a cui mi sono ispirato per l’umile autoritratto dell’header.

Non capisco una mazza di arte, non capisco l’arte che non capisco, ho dei seri limiti, vado a caso.

Però Josh Agle, in arte Shag, mi fa impazzire.

Pittore e illustratore “lowbrow” californiano, Shag si rifà ai cartoon e alla commercial art anni 50-60 (Jim Flora, etc). Disegna un coloratissimo mondo retrò, stilizzato, pop, lounge, a base di party, cocktail, musica, mondo tiki, surf, spiagge e mare.




postato da Julian Gudowski alle ore 09:44 | link | commenti
categorie: self blowjobs, avte
mercoledì, 25 giugno 2008

La vubvica lettevavia


Inauguro una nuova umile rubrichetta, che probabilmente non avrò mai voglia di aggiornare, sui libri e gli scrittori noir, argomento di cui vado vieppiù ghiotto.
Lo so, lo so. Ormai “noir” è uno di quei termini tipo “riflessi multisfaccettati” o “yes we can” che non significano una sega e che vengono usati molto spesso a cazzo (per non parlare del termine “pulp”). Ok, chissenefrega. Mi ritengo in diritto di parlare di noir, in qualità di genuino adoratore del genere nelle sue più varie sfumature, dalla crime novel di Elmore Leonard all’hard boiled di James Ellroy, passando per cose più ironiche, tipo Joe R. Lansdale o Carl Hiaasen, o più “esistenzialiste”, tipo Jim Thompson o Charles Willeford. Non disdegno neanche i classiconi, Raymond Chandler, Dashiell Hammett e compagnia bella, anche se risultano spesso lenti, arzigogolati e decisamente datati. Fa proprio figo cominciare buttando lì una sfilza di nomi grossi, eh?

Il mio amore fondamentalista per il genere si ferma generalmente al noir americano. Dunque, salvo rare eccezioni, qui parlerò solo di scrittori americani: A) perché conosco solo quelli e B) perché mi piace così.

Mi parlano spesso di noir francese, noir argentino, noir spagnolo, noir delle isole Faer Oer. Mi dicono che sono interessanti o addirittura indispensabili: sicuro, non lo dubito. Ma continuo a leggere roba americana. O comunque anglosassone. Se non si è capito, nutro una passione malsana e ortodossa per i noir americani. Li adoro. Non tanto per il fatto di essere americani, nel senso del paese di provenienza degli scrittori. La vedo più come una questione di “mito”. Il genere noir, letterario e cinematografico, è stato codificato e portato a compimento negli USA, dunque è un prodotto “autoctono” che ha sempre attinto a piene mani dalla cultura, dall’immaginario e dalle condizione sociale degli Stati Uniti. Certe storie, certi personaggi, certi dialoghi, certe situazioni hanno senso (o comunque rendono al meglio) solo se calate nel contesto americano. La metropoli, la cittadina sperduta nel deserto, la bisca, Las Vegas, etc.
Per spiegarmi meglio ho recuperato la postfazione de Il mambo degli orsi di Lansdale (terzo romanzo della serie Hap & Leonard, dove i nostri eroi si beccano tra le altre cose un fracco di legnate in una cittadina di rednecks razzisti del Texas). Scrive Sandrone Dazieri, parlando degli scrittori italiani:

“Per quanto talentuosi, non si può combattere il rio destino che non ci ha fatti nascere in una nazione dove non esistono cittadine come Grovetown, Ku Klux Klan e morti sospette. Dove si possono far perdere le proprie tracce tra un miglio e l’altro […]. Dove si può circolare con un bagagliaio ricolmo di armi senza appartenere alla criminalità organizzata. […] Si tratterà di colonizzazione culturale, ma nessun carabiniere può reggere uno sceriffo razzista con l’orchite.” 

Ecco, non avrei saputo usare parole migliori, infatti non le ho sapute usare. Comunque sono d’accordo al 100%.

Ora che è chiaro il mio pensiero vi sarà più facile capire perché ritengo Fango di Ammaniti un libro carino, simpatico, ma comunque INFERIORE rispetto a, chessò, Gli amici di Eddie Coyle di George Higgins. Non che si debba per forza paragonarli. Non perché Ammanniti o altri scrittori italiani non siano in grado di scrivere buoni romanzi noir: semplicemente, hanno il brutto vizio di italianizzare il genere. Togliere dal proprio contesto naturale certi topoi della crime fiction americana (il gangster, il boss, il detective privato, la femme fatale, etc.) e calarli in una realtà diversa come quella italiana. È come se Sergio Leone, in quanto italiano, invece di girare western ambientati in America (con personaggi e situazioni classicamente iuessè) avesse cercato di trasferire nell’Italia del XIX Secolo una tipica storia western: al posto del cowboy il buttero, al posto dello sceriffo il carabiniere a cavallo, al posto della ghost town nel deserto un paesino della maremma. La trama si sarebbe potuta sviluppare benissimo anche nel paesino della maremma, ma probabilmente il tutto avrebbe fatto cagare, chissà. Il risultato a volte funziona (non mancano di certo ceffi e malavita in Italia), a volte no. Io di certo non l’avrei guardato, C’era una volta in Maremma. Ma ovviamente a Leone, che era un ganzo, non importava di fare una versione neorealista del western, ma di portare le sue personali innovazioni in un genere, senza snaturarlo.

In più sono prevenuto. Nutro sempre quel certo non so che CONTRO gli scrittori/registi/attori italiani di oggi. Non è per esterofilia (termine che all’estero, guarda caso, non esiste), semplicemente perché penso che oggi le cose migliori arrivino sempre dall’estero (musica, cinema, etc).
Altro esempio. Avevo iniziato a leggere Romanzo Criminale di De Cataldo, ispirato alle vicende della Banda della Magliana. L’autore è indubbiamente uno che sa scrivere e che si intende di ciò che scrive (fa il magistrato). Però… come dire… il suo mescolare fiction a fatti storici calandoli in un’atmosfera noir mi ricorda Ellroy. Ellroy è un figo della madonna. Ellroy non mi ha mai annoiato. Oltre a essere un perfetto conoscitore della storia recente americana è anche un grande narratore. De Cataldo no, almeno secondo me: ho abbandonato Romanzo Criminale a metà, avevo la bisaccia scrotale scartavetrata. Poi ho visto il film e ho smesso di guardarlo nello stesso punto. Sarà un caso?

Questo preambolo ammorba-marroni ci porta dunque a cominciare finalmente la rubrica parlando di Steve Monroe, uno tosto.

Steve Monroe è un giornalista sportivo americano che ha scritto due romanzi, due perle semi sconosciute, Chicago, 1957 e Chicago, 1946, rispettivamente del 2001 e del 2002, entrambi pubblicati da Einaudi, entrambi meravigliosi.


1957
1946




















Chicago, 1957 è la storia di un incontro di boxe truccato, attorno al quale ruotano le vicende dei tre protagonisti, tre perdenti in cerca di riscatto (Bobby “Lip” Lipranski, l’organizzatore del match, Al Kelly, un allibratore, e Junior Hamilton, un pugile nero).
Che dire? La storia è narrata squisitamente, Monroe sa imprimere un ottimo ritmo ad una trama che potrebbe essere uguale a mille altre. Dà vita a personaggi realistici, dialoghi stupendi mai sopra le righe, tratteggia una Chicago nerissima, muovendosi tra locali fumosi, scommesse clandestine, allibratori, gangster. Pare che da questo romanzo la Miramax trarrà un film, staremo a vedere.

Chicago, 1946 ha una struttura da hard boiled classico. Gus Carson, ex sbirro corrotto ora redento dagli orrori della guerra, narra la vicenda in prima persona. Assiste ad uno strano omicidio in un bordello e le sue indagini lo invischiano in un losco intrigo, tra politici senza scrupoli e criminalità organizzata.
Anche questo è un romanzo di gran classe, all’altezza di Chicago, 1957. Anche qui, gli ingredienti per far andare in brodo di giuggiole i fan di Thompson e Burke ci sono tutti: violenza, cupa ironia, un protagonista disincantato e dannatamente cool.

Per concludere: si parla poco di Steve Monroe, ma merita sicuramente un posticino nell’olimpo degli scrittori di crime fiction.



postato da Julian Gudowski alle ore 20:17 | link | commenti (13)
categorie: libracci noir
mercoledì, 18 giugno 2008

Sempre i migliori

winstonbook

























Stan Winston.

Eri proprio un figo.

R.I.P.


postato da Julian Gudowski alle ore 11:48 | link | commenti
categorie: il montaggio analoggico