Inauguro una nuova umile rubrichetta, che probabilmente non avrò mai voglia di aggiornare, sui libri e gli scrittori noir, argomento di cui vado vieppiù ghiotto.
Lo so, lo so. Ormai “noir” è uno di quei termini tipo “riflessi multisfaccettati” o “yes we can” che non significano una sega e che vengono usati molto spesso a cazzo (per non parlare del termine “pulp”). Ok, chissenefrega. Mi ritengo in diritto di parlare di noir, in qualità di genuino adoratore del genere nelle sue più varie sfumature, dalla crime novel di Elmore Leonard all’hard boiled di James Ellroy, passando per cose più ironiche, tipo Joe R. Lansdale o Carl Hiaasen, o più “esistenzialiste”, tipo Jim Thompson o Charles Willeford. Non disdegno neanche i classiconi, Raymond Chandler, Dashiell Hammett e compagnia bella, anche se risultano spesso lenti, arzigogolati e decisamente datati. Fa proprio figo cominciare buttando lì una sfilza di nomi grossi, eh?
Il mio amore fondamentalista per il genere si ferma generalmente al noir americano. Dunque, salvo rare eccezioni, qui parlerò solo di scrittori americani: A) perché conosco solo quelli e B) perché mi piace così.
Mi parlano spesso di noir francese, noir argentino, noir spagnolo, noir delle isole Faer Oer. Mi dicono che sono interessanti o addirittura indispensabili: sicuro, non lo dubito. Ma continuo a leggere roba americana. O comunque anglosassone. Se non si è capito, nutro una passione malsana e ortodossa per i noir americani. Li adoro. Non tanto per il fatto di essere americani, nel senso del paese di provenienza degli scrittori. La vedo più come una questione di “mito”. Il genere noir, letterario e cinematografico, è stato codificato e portato a compimento negli USA, dunque è un prodotto “autoctono” che ha sempre attinto a piene mani dalla cultura, dall’immaginario e dalle condizione sociale degli Stati Uniti. Certe storie, certi personaggi, certi dialoghi, certe situazioni hanno senso (o comunque rendono al meglio) solo se calate nel contesto americano. La metropoli, la cittadina sperduta nel deserto, la bisca, Las Vegas, etc.
Per spiegarmi meglio ho recuperato la postfazione de Il mambo degli orsi di Lansdale (terzo romanzo della serie Hap & Leonard, dove i nostri eroi si beccano tra le altre cose un fracco di legnate in una cittadina di rednecks razzisti del Texas). Scrive Sandrone Dazieri, parlando degli scrittori italiani:
“Per quanto talentuosi, non si può combattere il rio destino che non ci ha fatti nascere in una nazione dove non esistono cittadine come Grovetown, Ku Klux Klan e morti sospette. Dove si possono far perdere le proprie tracce tra un miglio e l’altro […]. Dove si può circolare con un bagagliaio ricolmo di armi senza appartenere alla criminalità organizzata. […] Si tratterà di colonizzazione culturale, ma nessun carabiniere può reggere uno sceriffo razzista con l’orchite.”
Ecco, non avrei saputo usare parole migliori, infatti non le ho sapute usare. Comunque sono d’accordo al 100%.
Ora che è chiaro il mio pensiero vi sarà più facile capire perché ritengo Fango di Ammaniti un libro carino, simpatico, ma comunque INFERIORE rispetto a, chessò, Gli amici di Eddie Coyle di George Higgins. Non che si debba per forza paragonarli. Non perché Ammanniti o altri scrittori italiani non siano in grado di scrivere buoni romanzi noir: semplicemente, hanno il brutto vizio di italianizzare il genere. Togliere dal proprio contesto naturale certi topoi della crime fiction americana (il gangster, il boss, il detective privato, la femme fatale, etc.) e calarli in una realtà diversa come quella italiana. È come se Sergio Leone, in quanto italiano, invece di girare western ambientati in America (con personaggi e situazioni classicamente iuessè) avesse cercato di trasferire nell’Italia del XIX Secolo una tipica storia western: al posto del cowboy il buttero, al posto dello sceriffo il carabiniere a cavallo, al posto della ghost town nel deserto un paesino della maremma. La trama si sarebbe potuta sviluppare benissimo anche nel paesino della maremma, ma probabilmente il tutto avrebbe fatto cagare, chissà. Il risultato a volte funziona (non mancano di certo ceffi e malavita in Italia), a volte no. Io di certo non l’avrei guardato, C’era una volta in Maremma. Ma ovviamente a Leone, che era un ganzo, non importava di fare una versione neorealista del western, ma di portare le sue personali innovazioni in un genere, senza snaturarlo.
In più sono prevenuto. Nutro sempre quel certo non so che CONTRO gli scrittori/registi/attori italiani di oggi. Non è per esterofilia (termine che all’estero, guarda caso, non esiste), semplicemente perché penso che oggi le cose migliori arrivino sempre dall’estero (musica, cinema, etc).
Altro esempio. Avevo iniziato a leggere Romanzo Criminale di De Cataldo, ispirato alle vicende della Banda della Magliana. L’autore è indubbiamente uno che sa scrivere e che si intende di ciò che scrive (fa il magistrato). Però… come dire… il suo mescolare fiction a fatti storici calandoli in un’atmosfera noir mi ricorda Ellroy. Ellroy è un figo della madonna. Ellroy non mi ha mai annoiato. Oltre a essere un perfetto conoscitore della storia recente americana è anche un grande narratore. De Cataldo no, almeno secondo me: ho abbandonato Romanzo Criminale a metà, avevo la bisaccia scrotale scartavetrata. Poi ho visto il film e ho smesso di guardarlo nello stesso punto. Sarà un caso?
Questo preambolo ammorba-marroni ci porta dunque a cominciare finalmente la rubrica parlando di Steve Monroe, uno tosto.
Steve Monroe è un giornalista sportivo americano che ha scritto due romanzi, due perle semi sconosciute, Chicago, 1957 e Chicago, 1946, rispettivamente del 2001 e del 2002, entrambi pubblicati da Einaudi, entrambi meravigliosi.

Chicago, 1957 è la storia di un incontro di boxe truccato, attorno al quale ruotano le vicende dei tre protagonisti, tre perdenti in cerca di riscatto (Bobby “Lip” Lipranski, l’organizzatore del match, Al Kelly, un allibratore, e Junior Hamilton, un pugile nero).
Che dire? La storia è narrata squisitamente, Monroe sa imprimere un ottimo ritmo ad una trama che potrebbe essere uguale a mille altre. Dà vita a personaggi realistici, dialoghi stupendi mai sopra le righe, tratteggia una Chicago nerissima, muovendosi tra locali fumosi, scommesse clandestine, allibratori, gangster. Pare che da questo romanzo la Miramax trarrà un film, staremo a vedere.
Chicago, 1946 ha una struttura da hard boiled classico. Gus Carson, ex sbirro corrotto ora redento dagli orrori della guerra, narra la vicenda in prima persona. Assiste ad uno strano omicidio in un bordello e le sue indagini lo invischiano in un losco intrigo, tra politici senza scrupoli e criminalità organizzata.
Anche questo è un romanzo di gran classe, all’altezza di Chicago, 1957. Anche qui, gli ingredienti per far andare in brodo di giuggiole i fan di Thompson e Burke ci sono tutti: violenza, cupa ironia, un protagonista disincantato e dannatamente cool.
Per concludere: si parla poco di Steve Monroe, ma merita sicuramente un posticino nell’olimpo degli scrittori di crime fiction.